Ogni anno il Conto Economico racconta una storia fatta di ricavi, costi e risultato finale.
Ma leggere semplicemente il bilancio civilistico non basta per comprendere come sta realmente andando la tua impresa.
Per ottenere informazioni davvero utili alla gestione è necessario guardare i numeri da una prospettiva diversa, riclassificando il Conto Economico secondo una logica gestionale.
Solo così è possibile capire dove nasce la redditività, come viene distribuita la ricchezza prodotta e quali sono le aree sulle quali intervenire per migliorare le performance aziendali.
Perché riclassificare il Conto Economico
Il Conto Economico civilistico è costruito per rispettare precise regole contabili e fiscali.
L’imprenditore, però, ha bisogno di qualcosa di diverso: uno strumento che lo aiuti a prendere decisioni.
La riclassificazione consente proprio questo. Riorganizzando ricavi e costi secondo criteri gestionali, permette di leggere il bilancio in modo più chiaro e di ottenere indicatori immediatamente utilizzabili per valutare redditività, efficienza operativa e capacità di creare valore.
Esistono diverse modalità di riclassificazione del Conto Economico.
Le principali sono tre:
- la riclassificazione a Valore Aggiunto, che mette in evidenza la ricchezza creata dall’impresa e conduce al calcolo dell’EBITDA;
- la riclassificazione a Costo del Venduto, che analizza i risultati in funzione della destinazione dei costi;
- la riclassificazione a Margine di Contribuzione, che distingue i costi in base alla loro variabilità.
In questo approfondimento ci concentreremo sulla prima modalità, quella a Valore Aggiunto.
Cos’è la riclassificazione a Valore Aggiunto
Lo schema a Valore Aggiunto organizza il Conto Economico come una successione di margini progressivi.
Ogni passaggio fornisce una risposta a una domanda precisa sulla capacità dell’azienda di generare valore.
Il punto di partenza è il Valore della Produzione, cioè l’insieme dei ricavi dell’esercizio, delle variazioni delle rimanenze e delle eventuali capitalizzazioni interne.
Questo dato rappresenta tutto ciò che l’impresa ha effettivamente prodotto durante l’anno, indipendentemente dal fatto che sia già stato venduto.
Da questo valore vengono progressivamente sottratte diverse categorie di costi fino ad arrivare all’utile netto.
L’analisi dei vari margini permette di comprendere dove si crea valore e dove, invece, questo viene progressivamente assorbito.
La cascata dei margini
La riclassificazione a Valore Aggiunto segue una struttura molto intuitiva.
Dal Valore della Produzione vengono sottratti i costi esterni, come materie prime, servizi e costi per il godimento di beni di terzi.
Il risultato ottenuto è il Valore Aggiunto, uno degli indicatori più significativi dell’intera analisi.
Successivamente vengono sottratti i costi del personale, ottenendo il Margine Operativo Lordo (MOL o EBITDA).
Proseguendo con gli ammortamenti e le svalutazioni si arriva all’EBIT, che rappresenta il risultato operativo della gestione caratteristica.
Infine vengono considerate la gestione finanziaria, le componenti straordinarie e le imposte, fino ad arrivare all’utile netto.
Ogni livello della cascata racconta un aspetto diverso della gestione aziendale e consente di comprendere dove si genera o si disperde valore.
Il Valore Aggiunto: il primo vero indicatore di ricchezza
Tra tutti i margini ottenuti attraverso questa riclassificazione, il Valore Aggiunto occupa un ruolo centrale.
Esso misura infatti quanta ricchezza l’azienda riesce a creare dopo aver sostenuto i costi sostenuti verso l’esterno.
È la ricchezza che rimane all’interno dell’impresa e che sarà successivamente destinata a remunerare tutti i soggetti coinvolti nella vita aziendale.
Da questo valore vengono infatti pagati il personale, attraverso stipendi, contributi e trattamento di fine rapporto, i finanziatori tramite gli interessi, lo Stato attraverso le imposte e la stessa impresa mediante gli ammortamenti necessari a rinnovare gli investimenti.
Solo ciò che rimane alla fine del percorso rappresenta il profitto destinato agli azionisti o al reinvestimento nell’attività.
La tua azienda crea davvero valore?
Il Valore Aggiunto permette di rispondere a una domanda molto semplice ma fondamentale:
la tua azienda crea ricchezza oppure si limita a far transitare denaro?
Un Valore Aggiunto elevato indica generalmente che l’impresa è capace di trattenere una quota significativa della ricchezza prodotta.
Al contrario, un valore basso o in progressiva diminuzione può rappresentare un campanello d’allarme.
In questi casi gran parte dei ricavi viene assorbita dai costi sostenuti verso fornitori esterni e rimane poco spazio per remunerare lavoro, capitale e investimenti futuri.
L’azienda continua magari a fatturare, ma genera sempre meno valore al proprio interno.
Un indicatore da monitorare nel tempo
Come tutti gli indicatori economici, anche il Valore Aggiunto assume maggiore significato quando viene osservato nella sua evoluzione.
Confrontare il risultato con quello degli anni precedenti permette di capire se la capacità dell’impresa di creare ricchezza stia migliorando oppure peggiorando.
È utile anche rapportarlo ai ricavi o al Valore della Produzione, così da ottenere una misura percentuale facilmente confrontabile nel tempo o con altre aziende dello stesso settore.
Questa semplice analisi può fornire indicazioni preziose sulle dinamiche della gestione operativa.
Dai numeri alle decisioni
La riclassificazione del Conto Economico non rappresenta un esercizio puramente contabile.
È uno strumento di gestione che aiuta l’imprenditore a comprendere meglio il funzionamento della propria azienda e a prendere decisioni più consapevoli.
Conoscere il Valore Aggiunto significa capire quanta ricchezza viene realmente prodotta e come questa viene distribuita tra personale, finanziatori, Stato e impresa.
Solo partendo da queste informazioni è possibile individuare interventi mirati per migliorare redditività, efficienza e competitività.
Hai mai calcolato il Valore Aggiunto della tua azienda?
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